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1 aprile 2015 3 01 /04 /aprile /2015 14:52
Girando intorno al Vesuvio 2015

~Care cittadine, cari cittadini,

abbiamo scelto di dedicare l'edizione di quest'anno di Girando intorno al Vesuvio interamente alla valorizzazione delle aree rurali del Parco nazionale del Vesuvio. Pongo una domanda paradossale: che cosa sarebbe il Parco nazionale del Vesuvio senza le sue aree rurali? In termini di mera superficie le aree rurali, più o meno urbanizzate, coprono più del 60% della superficie totale dell'area protetta (fonte: ente parco nazionale del Vesuvio - "La tipicità dell'area vesuviana e la valorizzazione delle sue potenzialità ambientali, produttive e turistiche - Studi e ricerche del Parco nazionale del Vesuvio). In buona sostanza, da un punto di vista meramente quantitativo, senza le sue aree agricole il Parco del Vesuvio sarebbe un Parco dimezzato, ridotto all'area del Gran Cono, alle pinete della riforestazione e alla riserva Alto tirone (oggi accessibile solo previa autorizzazione). Se consideriamo invece la valenza culturale, storica e antropologica della agricoltura vesuviana, allora possiamo tranquillamente affermare che senza di essa il Parco del Vesuvio non esiste, in quanto se il Vesuvio è il Vesuvio e cioè il vulcano più famoso del mondo lo è proprio in virtù della interazione/integrazione, non sempre felice né facile, tra uomo e ambiente, tra l'elemento naturalistico, talvolta catastrofico e quello storico antropologico. Il Vesuvio, in poche parole, è un "prodotto" culturale e la dimensione agricola è non solo parte integrante della sua fisionomia, ma parte essenziale. Tuttavia l'attuale dirigenza del Parco nazionale, direttore e commissario straordinario, non la pensa così e, al di là delle chiacchiere, che, come si dice, stanno a zero, negli ultimi 6 anni non si è fatto nulla (che si aggiunge al molto poco fatto negli anni precedenti) per arginare e tanto meno invertire la tendenza all'abbandono delle campagne (secondo i dati del 2010, la superficie agricola totale è di circa 700 ettari, su un totale di 7259 ettari che costituiscono l'area Parco, in sensibile riduzione rispetto alla situazione del 1990, essendo allora la superficie agricola totale intorno ai 3000 ettari. Fonte: "L'economia reale nei Parchi nazionali e nelle aree naturali protette - Rapporto 2014 - Ministero dell'Ambiente - Unioncamere". Questo dato naturalmente tiene conto esclusivamente delle aziende agricole regolarmente censite presso la camera di commercio). Addirittura è stato teorizzato che la valorizzazione delle aree rurali non è tra le priorità dell'ente Parco, disquisendo di agricoltura sostenibile anzi che no. Tanto vale allora restringere l'area protetta, modificarne i confini, limitandosi a "proteggere" le sole aree di interesse naturalistico in senso stretto, anzi strettissimo. Noi non la pensiamo così. Anche perché, ammettendo per assurdo che si possa ridurre il Vesuvio alla sola dimensione naturalistica e geologica, come si può ignorare che la stessa agricoltura tradizionale vesuviana riveste un rilevante interesse naturalistico? Non fosse altro che per la particolarità chimico - fisica dei suoli, per la loro morfologia, per la biodiversità vegetale che ancora li rende unici, per la funzione di salvaguardia delle aree boschive svolta dagli agricoltori (oggi, certo, meno che in passato), per la funzione svolta dall'agricoltura all'interno della catena alimentare della fauna selvatica, per la funzione di salvaguardia e mantenimento degli equilibri idro - geologici, nessun ambientalista serio può affermare che lasciare andare alla malora l'agricoltura tradizionale non arrechi una grave pregiudizio alla possibilità di tutela delle aree non antropizzate del Parco. Il Parco semmai andrebbe esteso anche ai centri storici dei comuni "agricoli". In questi ultimi anni l'agricoltura vesuviana ha continuato a perdere pezzi sia sul versante sommese che su quello della costa del Vesuvio: la superficie vitata coltivata si è ridotta come pure la superficie dedicata alle arboree da frutto e alle ortive di pregio. Unici importanti segnali in controtendenza il pomodorino del piennolo, dop dal 2013, e il vino catalanesca del Monte Somma, anch'essa recentemente riconosciuta come igp. Per queste due colture possiamo parlare di una fase espansiva, ancora, certamente, da consolidare. Tuttavia, quello che appare evidente ad un osservatore non superficiale, è che piuttosto che sui prodotti bisogna concentrare l'attenzione sulle aree rurali nel loro insieme. L'agricoltura vesuviana oggi è una agricoltura residuale. Dal dopoguerra in poi una urbanizzazione selvaggia ha sottratto suolo ad una agricoltura povera e non valorizzata per tempo. Certo molti terreni abbandonati potrebbero essere recuperati all'agricoltura. Molti fondi, parcellizzati e divisi oltre ogni sostenibilità economica agricola, andrebbero riaccorpati. Certo l'indiscutibile qualità organolettica dei prodotti agricoli vesuviani conferisce loro un valore aggiunto. Tuttavia per creare un indotto economico significativo da un punto di vista lavorativo non basta la sola produzione agricola. E' necessario creare una economia turistico rurale, cioè un sistema economico basato sulla agricoltura tradizionale, sul quale andare a imperniare e costruire una offerta turistica variegata e articolata, basata su una ricettività diffusa, produzioni alimentari artigianali, una ristorazione qualificata, integrando l'offerta turistico rurale con la fruizione del patrimonio naturalistico e paesaggistico del Parco e con una offerta culturale e storico - artistica per la quale non mancano certo le risorse. In altri termini la produzione agricola locale può alimentare, è il caso di dire, un circuito turistico che, a sua volta, è in grado di incentivare il consumo e apportare più valore al prodotto agricolo. In un passato recente, purtroppo, si è pensato di poter fare turismo sul Vesuvio in danno all'ambiente, come se bastasse una bella veduta panoramica da un ristorante abusivo per attrarre i visitatori. Nel frattempo l'agricoltura, la base, andava in rovina. Viceversa per creare una economia turistico - rurale - culturale è necessario, anzi indispensabile, che si recuperi vivibilità nei centri storici e che si garantisca una maggiore tutela delle aree agricole. Una economia turistico rurale non è compatibile con la pratica degli sversamenti abusivi di rifiuti nei boschi e lungo le strade di campagna né tantomeno con l'abbandono in cui versano boschi e sentieri del Parco. Ma di questo abbiamo già parlato molte altre volte. Una risorsa di fondamentale importanza, di cui invece non si parla mai, è costituita dall'enorme patrimonio architettonico rurale costituito dalle masserie di campagna che andrebbero restaurate e rifunzionalizzate per metterle al servizio del rilancio territoriale. Una grande opera di cui ci sarebbe veramente bisogno. Ciò detto, rimandando ad altre sedi e occasioni questi ragionamenti, vorrei soffermarmi su come è stata costruita l'edizione di quest'anno, denominata, manco a dirlo, Il Parco agricolo. Si tratta di una serie di eventi, da aprile a novembre 2015, legati alla stagionalità delle produzioni e delle lavorazioni agricole ovvero alla celebrazione di alcune nostre grandi specialità agroalimentari. Così facendo toccheremo tutti i comuni del Parco, visiteremo tutte le diverse aree agricole del Parco, ciascuna con la sua tradizione/vocazione produttiva. Il nostro auspicio è che questa programmazione, opportunamente riveduta e corretta in base all'esperienza, possa diventare quella ufficiale dell'ente Parco nazionale del Vesuvio, arricchendosi di anno in anno di contenuti, diventando occasione di visita e di conoscenza da parte dei non vesuviani e di festa e di rielaborazione della propria identità da parte dei vesuviani. Proveremo a dimostrare che si può fare con pochissima spesa, coinvolgendo attivamente gli attori locali, senza effetti speciali, show cooking, grandi firme del giornalismo, grandi chef e altre forme di spettacolarizzazione che lasciano il tempo che trovano. Proveremo a capovolgere il paradigma che vuole che la gente incontri il cibo a tavola (o in televisione) sapendo nulla o poco della sua provenienza e della cultura necessaria a produrlo. Porteremo le persone in campagna prima che a tavola, nella convinzione che questo sia il modo migliore per contribuire alla valorizzazione di produzioni che rischiano di scomparire e dare impulso ad una nuova domanda, stimolando il consumo di queste produzioni sia da parte delle famiglie che da parte della ristorazione locale. Infine, un ringraziamento al Presidente della Comunità del Parco, Luca Capasso e ai Sindaci che vorranno darci una mano nella organizzazione di questi eventi. Auspichiamo che questa collaborazione sia foriera di un maggiore impegno e di maggiore attenzione da parte degli amministratori locali su questi temi e sia loro di stimolo ad operare affinché l'ente Parco diventi "la casa comune" di tutti i cittadini vesuviani, un ente utile, partecipato, capace di produrre politiche efficaci per la tutela dell'ambiente e lo sviluppo delle nostre comunità. Buone passeggiate a tutti!

Per cittadini per il Parco

Giovanni Marino

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