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2 agosto 2014 6 02 /08 /agosto /2014 12:30

http://4.bp.blogspot.com/-JhG5GP8rvFg/U4tw_ypPnmI/AAAAAAAARRc/Y1vDskjEVNM/s1600/ognoli+di+OttsvisnoSTA_3647.jpgEntro poche settimane il Ministro dell'Ambiente Gian Luca Galletti nominerà il prossimo Presidente del Parco Nazionale del Vesuvio. Come non è mai accaduto prima, decine di associazioni del territorio si sono unite su un nome, proponendo come proprio rappresentante l'imprenditore agricolo Giovanni Marino. Abbiamo chiesto un incontro al candidato e ne è nata una lunga e ricca conversazione, che abbiamo ordinato in cinque argomenti principali, pubblicati ogni due giorni nelle ultime settimane.
Questa è la versione integrale della lunga intervista in cui, in maniera puntuale, Giovanni Marino ci ha raccontato la sua storia, le sue idee e le sue prospettive in merito al futuro del Parco Nazionale del Vesuvio.

Una versione pdf è QUI.


Tra Parco e Vesuvio

Negli ultimi mesi il suo nome è stato spesso evocato in merito alla prossima presidenza dell'Ente Parco Nazionale del Vesuvio. La particolarità è che la sua candidatura è sostenuta da decine di associazioni locali. Da cosa nasce questa esperienza? 

La candidatura nasce dall'esperienza del Movimento "cittadini per il Parco", nato nell'aprile del 2010, che in questi anni ha saputo unire diverse espressioni della cittadinanza attiva e dell'associazionismo, dialogando con il mondo delle imprese a cominciare da quelle che operano nei settori dell'agricoltura e del turismo. L'idea e l'obiettivo unificanti del Movimento sono quelli di ridare slancio ed efficacia all'azione del Parco nazionale del Vesuvio, mettendolo in condizione di realizzare i suoi compiti istituzionali di tutela e conservazione della natura e di promozione di uno sviluppo economico e sociale coerente con le finalità dell' area protetta.

 

A parte l'investitura popolare, quali sono le sue conoscenze del territorio vesuviano e, più in particolare, dell'Ente Parco - delle loro problematiche, delle loro potenzialità - per cui il Ministro dell'Ambiente potrebbe scegliere lei?

Io sono un napoletano trapiantato sul Vesuvio all'età di 11 anni. Da ragazzo i miei amici vesuviani mi hanno insegnato a conoscere il Vulcano, a partire dalle pinete di Trecase, i conetti vulcanici, le colate laviche del 1872, a girare per le campagne. Ero un ragazzo di città e non avevo mai visto una pianta di pomodoro o un vigneto. Un mondo. Dal 2001 faccio l'imprenditore agricolo. La mia è la più grande azienda biologica del Parco e i miei prodotti sono esportati in mezzo mondo. Sapere che oggi a Stoccolma è possibile trovare il pomodorino del piennolo è una cosa che mi inorgoglisce e mi rende felice. Da agricoltore e ambientalista/escursionista credo di avere una buona  conoscenza delle problematiche del Parco e delle sue potenzialità. Grazie all'amicizia con molti operatori del settore ho inoltre approfondito le mie conoscenze sul turismo.

 

Tra i ruoli pubblici che lei ricopre, ne spiccano almeno due: è presidente del “Consorzio di tutela del pomodorino del piennolo” ed è il rappresentante del Movimento “cittadini per il Parco”. Ce ne può parlare?

Il Consorzio di Tutela è stato riconosciuto dal Ministero dell'agricoltura nell'aprile del 2013. E' uno strumento fondamentale per garantire sia i consumatori che gli stessi produttori sulla origine del prodotto dop e sulla veridicità di quanto leggono in etichetta. Inoltre è uno strumento importante di promozione per far conoscere il prodotto ai consumatori e agli operatori, ma per la promozione servono fondi e recentemente le disponibilità del Ministero si sono notevolmente assottigliate. Oggi il Consorzio rappresenta circa il 70% della produzione iscritta alla dop e ne fanno parte una ventina di aziende. Compito del Consorzio è anche quello di convincere sempre più agricoltori ad iscriversi alla dop, prima ancora che al Consorzio.
Cittadini per il Parco è nata per una mia intuizione, anzi è più corretto dire per una mia necessità esistenziale ed insoddisfazione profonda. La necessità era ed è quella di cambiare profondamente le politiche pubbliche sia del Parco che degli stessi Comuni in materia di ambiente e sviluppo. Non possiamo più sopravvivere, né come cittadini né come imprese. Dobbiamo cominciare a vivere meglio.

 

Quali attività ha avviato in seno a queste due organizzazioni per promuovere, da un lato, il pomodorino e, dall'altro, il territorio vesuviano?

Come Consorzio di Tutela, in questo primo anno di vita, ci siamo concentrati specialmente sulla funzione di tutela per prevenire usi impropri della denominazione e assicurare ai consumatori una corretta informazione attraverso una corretta etichettatura del prodotto. Abbiamo inoltre tenuto più incontri con gli agricoltori per informarli sulle opportunità e la convenienza ad aderire al sistema della dop. Il pomodorino del piennolo è sempre più richiesto sul mercato e assistiamo al fenomeno molto positivo di figli di agricoltori che ritornano al lavoro dei padri, garantendo il ricambio generazionale o addirittura al fenomeno di giovani imprenditori provenienti da altre esperienze lavorative che si avvicinano al mondo agricolo. Inoltre, nei limiti consentiti dal nostro budget (il Consorzio vive dei contributi dei propri soci e al momento non ha ricevuto alcun tipo di finanziamento pubblico) partecipiamo a manifestazioni pubbliche per la valorizzazione dei prodotti tipici campani in Campania e in Italia.
Come "cittadini per il Parco" invece organizziamo da quattro anni a questa parte, tra maggio e giugno, "Girando intorno al Vesuvio": un fitto e ricco programma di escursioni, visite guidate, incontri per far conoscere il Vesuvio ai vesuviani e ai napoletani. I nostri eventi spaziano geograficamente in tutti e 13 i comuni del Parco e toccano tutte quelle dimensioni del patrimonio storico e del vissuto quotidiano che a nostro giudizio vanno valorizzate: agricoltura, buona tavola, archeologia, arte, artigianato, architettura, paesaggio, flora e fauna vesuviane. Una occasione per conoscere, ricordare, recuperare dall'oblio e dall'abbandono, ripensare lo sviluppo.

 

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Un agricoltore per il Parco

I vesuviani e i napoletani conoscono il vulcano e il suo territorio? Cosa fare per avvicinare o riavvicinare la popolazione a questi luoghi?

I vesuviani della costa non conoscono generalmente il territorio del Monte Somma e viceversa. I napoletani d'altra parte conoscono poco l'area vesuviana nel suo complesso. Il Parco dovrebbe in effetti rappresentare una occasione di visita, di svago e di conoscenza per i residenti e per i napoletani tutti. Io immagino il Parco del Vesuvio come il giardino dell'area metropolitana, come uno straordinario laboratorio di scienze naturali all'aperto per le scolaresche, come una opportunità per avvicinarsi alla natura per le famiglie, come il luogo di incontro privilegiato tra una straordinaria agricoltura e straordinari agricoltori e i cittadini, come il paradiso dei naturalisti e degli escursionisti! Ma perché si passi dal sogno alla realtà sarà necessario creare più aree verdi attrezzate per le famiglie e ben manutenerle (magari con l'aiuto delle associazioni); ripristinare i sentieri ormai andati in rovina per la mancanza di manutenzione; aprire al pubblico, con la dovuta sorveglianza, la Riserva Alto Tirone, oggi accessibile solo tramite autorizzazione da richiedere al Corpo Forestale; aiutare le aziende agricole ad aprirsi all'incontro con la cittadinanza dotandosi di un minimo di strutture di accoglienza; elaborare un piano ed un progetto educativo di lungo periodo, di concerto con le associazioni e il mondo della scuola. C'è tanto da fare ma si può fare.

 

Un testo di sostegno alla sua nomina a presidente dell'Ente si intitola "Un agricoltore per il Parco". Cosa significa?

L'agricoltura è assolutamente centrale per la esistenza stessa del Parco nazionale del Vesuvio e in generale essa svolge un ruolo fondamentale in tutti i Parchi nazionali. L'agricoltura, nella storia evolutiva della specie umana, rappresenta il momento in cui l'uomo comincia a modificare l'ambiente naturale in modo sostanziale per procacciarsi da vivere. L'agricoltura modifica il territorio e l'ambiente, come qualunque attività umana, ma, a differenza di altre attività, mantiene con l'ambiente un rapporto di stretta, immediata, dipendenza. Venendo a noi, l'agricoltura tradizionale vesuviana rappresenta sicuramente un modello di agricoltura sostenibile che si "adatta", più che modificarlo, all'ambiente naturale, rispettando la morfologia irregolare dei suoli, si pensi ai terrazzamenti; rispettando la biodiversità delle specie spontanee e autoctone, che sono presenti non solo nelle zone boschive, ma anche nelle "tare" tra una appezzamento e l'altro delle stesse aziende agricole; l'agricoltura contribuisce in modo sostanziale alla manutenzione e gestione delle aree montane sotto il profilo del contenimento del rischio idrogeologico. Una agricoltura in salute rende il Parco più bello, più attrattivo, più visitabile e contribuisce a tutelare le aree naturalistiche di massima protezione. In conclusione direi che l'agricoltore è di per sé portato nella sua attività a trovare un punto di equilibrio tra le esigenze della produzione e quelle della tutela dell'ecosistema, da cui dipende. Per questo il suo punto di vista è importante. Con questo, naturalmente, non voglio sostenere che non siano importanti altri punti di vista per ben governare il Parco. Ci mancherebbe.  

 

La sua "investitura popolare" è il segno di una voglia di partecipazione democratica che sembra farsi largo in tutto il Paese, ma nell'ambito locale assume tratti ancor più sorprendenti e stimolanti se si pensa che riguarda un ente verso cui buona parte della popolazione nutre sentimenti ambivalenti. Come intende conservare e alimentare questo "dialogo" con la popolazione?

E' vero, la popolazione nutre nei confronti del Parco sentimenti ambivalenti che vanno da un netto rifiuto pregiudiziale, ad un rifiuto motivato dall'inerzia in cui l'ente è precipitato e alla inefficacia delle sue politiche, alla delusione per tutte le aspettative positive che la nascita del Parco aveva alimentato. Poi c'è una grande parte della popolazione che ancora non ha capito bene cos'è il Parco, se c'è e quali siano esattamente i suoi compiti. Il Movimento "cittadini per il Parco", a prescindere dalla mia "candidatura", ha fatto in questi quattro anni una grande opera di sensibilizzazione rivolgendosi, in primo luogo, alla cittadinanza attiva nei movimenti, nei comitati, nelle associazioni, nei partiti politici. In generale, io credo che i cittadini siano più propensi a partecipare, a "contare", di quanto si creda. E' vero che, specialmente nel Mezzogiorno, per ragioni storiche che tuttavia dobbiamo lasciarci alle spalle, la cittadinanza è più incline che altrove alla delega ed è meno abituata alla partecipazione politica; è vero che come meridionali spesso confondiamo i diritti con i "favori" e che difettiamo di coscienza civica e di senso della cosa pubblica; tutto questo è innegabilmente vero. Ma la coscienza civica si forma e la partecipazione politica si costruisce. Dal basso e dall'alto. Se fossi nominato Presidente uno dei mie primi atti sarebbe senz'altro quello della istituzione delle consulte civiche, previste dallo statuto dell'ente, ma mai istituite. Immagino la creazione di almeno quattro consulte: sul turismo, sull'agricoltura, sulla tutela e conservazione dell'ambiente e dei beni culturali e sulla educazione ambientale. Le consulte sono organismi consultivi, costituiti da membri della società civile di nomina presidenziale, che aiutano i tecnici e i decisori politici a prendere decisioni avendo una conoscenza della realtà più completa ed esatta. Sono luoghi istituzionali in cui la società civile porta le sue esigenze e le sue proposte e progettualità alla attenzione dei decisori politici. La istituzione delle consulte ovviamente non risolve né esaurisce il dialogo che deve esserci tra ente Parco e cittadinanza, ma gli fa fare un grosso passo in avanti.  

 

Qualcuno ha sollevato dubbi sul suo equilibrio istituzionale perché, gestendo un'azienda agricola all'interno del Parco, lei avrebbe un conflitto di interessi. Cosa risponde in proposito?

Come ho già argomentato prima, ritengo che tra agricoltura e ente Parco non vi sia un conflitto ma una convergenza di interessi. Per quanto riguarda invece la mia condizione di imprenditore, è ovvio che qualora fossi eletto Presidente la mia azienda si asterrebbe dal beneficiare di eventuali aiuti da parte dell'ente, peraltro mai ricevuti e mai concessi, per quanto mi risulta, ad aziende agricole, per non alimentare sospetti o illazioni.

 

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L’Ente Parco

L’Ente Parco Nazionale del Vesuvio ha quasi 20 anni, come ha inciso sulla realtà locale?

Domanda che richiederebbe una risposta molto lunga. Mi limito a dire che l'impatto complessivo dell'ente Parco sul territorio è stato molto modesto sia dal punto di vista della tutela che da quello dello sviluppo. Dal punto di vista della tutela sono aumentate le denunce degli abusi edilizi segno, probabilmente, più che di un aumento dell'abusivismo di un maggiore controllo da parte degli enti locali, in passato troppo compiacenti con chi costruiva senza licenza, "stimolati" dalla presenza del Parco. Ma gli abbattimenti vanno a rilento e i piani particolareggiati che avrebbero dovuto risolvere il contenzioso dei condoni dell'85 e del 94 non sono mai decollati. E' necessario risolvere una volta per tutte questa questione e voltare pagina. Comuni, Sopraintendenza e anche ente Parco, nel territorio di sua competenza, devono definire i criteri generali (ma non generici) per stabilire una volta per tutte cosa si può condonare e cosa no, relativamente ai condoni dell'85 e del 94. Quali sono i limiti insuperabili per avere e non avere la concessione in sanatoria dal punto di vista paesaggistico, del rischio idrogeologico, della tutela della flora e della fauna, del rispetto della architettura dei centri storici. Ciò che si può sanare va regolarizzato e migliorato, ciò che non si può regolarizzare andrà abbattuto con tempi sicuramente lunghi e da modulare a seconda dei casi. In generale lo stato di conservazione dell'ambiente nell'area protetta non mi pare migliorato. La sentieristica oggi è completamente abbandonata e per lunghi tratti impercorribile. Sono decine le micro-discariche disseminate nei boschi. L'unica area che è ben preservata è quella della Riserva Alto Tirone, chiusa al pubblico e gestita direttamente dal Corpo Forestale. Ma non può essere questo, ovviamente, il modello di gestione da adottare. Per quanto riguarda le politiche di sviluppo, c'è da dire in primo luogo che non tutti i Presidenti che si sono ad oggi succeduti hanno considerato tra le priorità dell'ente la promozione dello sviluppo. Per lo più è prevalsa una interpretazione e una impostazione del lavoro dell'ente di tipo esclusivamente protezionistico. Ma non è una interpretazione corretta, in primo luogo da un punto di vista normativo. Non si capirebbe altrimenti perché la legge preveda che l'ente Parco, per il tramite della Comunità del Parco, cioè dei sindaci, si debba dotare di un Piano di sviluppo socio-economico quinquennale (tra i rilievi formulati di recente dalla Corte dei Conti nella sua indagine conoscitiva sui conti dell'ente Parco, c'è la mancata approvazione del nuovo Piano di sviluppo socio economico, fermo alla sua primissima formulazione). Dal nostro punto di vista, il Parco può rappresentare anche un volano di crescita economica, nel rispetto rigoroso delle esigenze di tutela, al netto di regolamenti talvolta da rivedere perché scritti male o perché contengono qualche sciocchezza. Una crescita economica ben regolata aiuta il Parco ad adempiere pienamente la sua funzione di tutela e avvicina il Parco ai cittadini. Noi diciamo che "il vincolo è una risorsa". Non è vero che lo sviluppo per sua natura non deve avere limiti, al contrario, i vincoli, cioè la tutela e la valorizzazione, possono rappresentare occasioni di sviluppo

 

Si sente ancora la necessità di un Parco Nazionale del Vesuvio?

Il Parco è uno strumento istituzionale a disposizione della popolazione dei 13 comuni che ne fanno parte. Io lo definisco un ente territoriale intermedio. Nessun comune del Parco è in grado da solo né di tutelare con efficacia il proprio territorio né tanto meno di perseguire con successo politiche incisive di sviluppo. Il Parco deve diventare la "casa comune" dei 13 comuni che ne fanno parte, il luogo istituzionale dove far convergere risorse, competenze e a cui delegare importanti funzioni di governo, programmazione e progettazione in materia urbanistica, di tutela e difesa del territorio e di sviluppo socio - economico. Il Parco del Vesuvio può essere la leva e lo strumento per realizzare un nuovo modello di produzione e di economia sostenibile e un nuovo modello di convivenza tra uomo e ambiente.

 

Nelle sue dichiarazioni pubbliche lei cita spesso le tradizioni e i saperi locali come beni da salvaguardare. Cosa intende, esattamente?

Nei comuni del Parco esiste un patrimonio storico di conoscenze e competenze, in campo agricolo, alimentare, artigianale, artistico, musicale, legato essenzialmente alla antichissima civiltà contadina vesuviana. Sono saperi ancora spendibili e utilizzabili, sia sul piano tecnico che sociale ed economico (si pensi alla enorme valenza sociale e culturale e alle indubbie potenzialità turistiche che certe feste popolari hanno tuttora, nonostante una oggettiva degenerazione e scadimento verso logiche consumistiche di basso profilo). L'importante naturalmente è che non scompaia del tutto la cultura che ha prodotto questi saperi e queste tradizioni e che viceversa le nuove competenze e i nuovi interpreti di quella cultura sappiano far tesoro di questi saperi, studiandoli e confrontandosi con essi.

 

Tra l'istituzione della "zona rossa" per il rischio vulcanico e la fondazione dell'area protetta, da circa 20 anni sul territorio vesuviano gravano ben due strumenti legislativi che ne bloccano fortemente l'espansione edilizia. Se intuitivamente ciò è un bene per limitare la vulnerabilità dell'area, da un altro punto di vista le ricadute sull'economia locale sembrano piuttosto negative, al punto che parte della popolazione percepisce l'Ente Parco esclusivamente come una "fabbrica di vincoli". E' vero? E' un limite?

Non è pensabile né auspicabile un nuovo incremento della edilizia residenziale, sia perché è assurdo continuare a costruire in una zona a rischio vulcanico, sia perché la stagnazione demografica non giustifica in alcun modo questa espansione edilizia. In area Parco e nella zona rossa invece c'è bisogno di migliorare la qualità del costruito, di restaurare gli edifici di pregio nei centri storici, di adeguare gli edifici agli standard antisismici, c'è un patrimonio di edilizia rurale in rovina da recuperare. Se si facessero queste cose l'edilizia avrebbe lavoro per vent'anni. Bisognerebbe trovare le risorse a livello regionale e nazionale per un piano straordinario di aiuti e incentivi ai proprietari degli immobili per sostenere i costi di questa tipologia di interventi. Maggiore flessibilità sarebbe invece necessaria per piccoli ampliamenti e ristrutturazioni e per le aziende agricole che necessitino di costruire locali strettamente funzionali all'esercizio della attività agricola. Ma, detto questo, vorrei ricordare che i vincoli a cui lei fa riferimento non nascono con il Parco ma preesistono alla sua nascita.

 

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Il futuro del Parco

Può indicare almeno tre azioni immediate che potrebbero dare nuovo slancio all'Ente Parco?

1) La manutenzione straordinaria dei sentieri, non manutenuti da anni e per lunghi tratti non più percorribili.
2) La creazione di un circuito di "case del Parco", una in ogni comune del Parco, recuperando edifici rurali abbandonati o in rovina, che fungano da info point e punto ristoro, collegata alla rete integrata dei sentieri, da affidare a cooperative di giovani.
3) La creazione di aree verdi attrezzate per le famiglie, da manutenere e gestire in collaborazione con le associazioni.

 

Con l'attuale crisi economica e occupazionale italiana ed europea i governi tendono a risparmiare tagliando, tra l'altro, i budget degli enti Parco. Le difficoltà economiche del Parco del Vesuvio sono tristemente note, secondo lei c'è la possibilità di trovare fondi alternativi? In che modo?

Si, c'è. Il modo più semplice è ripartire più equamente gli introiti derivanti dal pagamento dei biglietti per l'accesso al Gran Cono tra ente Parco e guide vulcanologiche. Attualmente su un biglietto di 10 euro il Parco ne riceve 2,5 e con questi soldi deve anche pagare il servizio di biglietteria, dato in appalto a ditta esterna, mentre i restanti 7,5 euro sono intascati dalla associazione delle guide. Per il rinnovo della convenzione pare vi sia un accordo per riconoscere al Parco il 44% dell'introito, ma è ancora un accordo a tutto vantaggio delle guide, che, tra l'altro, sono palesemente in sovrannumero rispetto alle reali necessità del servizio di accompagnamento al cratere dei visitatori. Ma nulla si fa anche per sviluppare un merchandising del Parco. Non vendiamo una sola maglietta, un gadget, una spilla, niente di niente. E se consideriamo anche soltanto gli attuali circa cinquecentomila visitatori che ogni anno visitano il cratere, ci rendiamo conto delle potenzialità che potrebbe avere creare una linea di prodotti/ricordo del Parco. Poi c'è il capitolo dei fondi europei che non sappiamo spendere o che spendiamo male. Fondi che il più delle volte restano inutilizzati. C'è bisogno di rafforzare le competenze dell'ufficio tecnico del Parco con ingegneri, architetti, agronomi, esperti di marketing territoriale e turismo, esperti di fundraising. L'ufficio tecnico del Parco deve essere un faro per gli uffici tecnici dei comuni. Un pensatoio e un luogo di progettazione. Attualmente l'ufficio tecnico del Parco è sottodimensionato per numero dei funzionari ed è privo di competenze determinanti. Mi chiederà come sia possibile integrarlo considerato il blocco delle assunzioni nel pubblico impiego. Le rispondo così: innanzitutto verificando la possibilità di distaccare da altri enti locali (Provincia, Regione), a partire dagli stessi comuni del Parco, dipendenti pubblici il cui profilo professionale corrisponda a quelli di cui c'è necessità e, in secondo luogo, assumendo con contratti di tipo privato, secondo criteri rigorosamente meritocratici, giovani professionisti. Con quali soldi? Mi sembra di averle risposto...

 

Lei è un imprenditore agricolo, qual è il ruolo che a suo avviso l'agricoltura ha nel futuro del Parco del Vesuvio?

Per le ragioni che ho già esposto in precedenza, penso sia un ruolo assolutamente determinante. Per la possibilità concreta di creare nuovi posti di lavoro nel settore della produzione primaria e in quello della trasformazione dei prodotti agricoli; per il ruolo di "sentinella ambientale" e di conservazione della natura che l'agricoltura svolge, se non lasciata da sola a confrontarsi con i poteri criminali; e, infine, perché intorno alla agricoltura è possibile creare un vasto indotto turistico legato alla produzione e trasformazione dei prodotti tipici, al turismo rurale e alla enogastronomia. Turismo rurale che rappresenta una perfetta integrazione del turismo naturalistico e di quello legato alla fruizione dei beni culturali.

 

Il Vesuvio è un topos riconosciuto a livello globale, ci sono margini per aumentare il flusso di turisti e visitatori del vulcano? In proposito, quali strategie ha in mente?

Per fare turismo e aumentare considerevolmente i flussi turistici è necessario recuperare vivibilità (quella quotidiana che interessa anche noi residenti), migliorare la nostra immagine all'estero, pesantemente danneggiata da fatti di cronaca vecchi e recenti, programmazione e organizzazione. Occorre riorganizzare il pubblico, aggregare il privato e mettere insieme il pubblico e il privato. L'ente Parco può giocare un ruolo sia stimolando il confronto tra enti e istituzioni sia sollecitando il privato a farsi avanti. Sono convinto che l'ente Parco debba operare in stretta sinergia con il comune di Napoli e con le Sopraintendenze ai beni archeologici e culturali. L'offerta turistica da costruire deve essere ampia e articolata.

 

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Turismo e sostenibilità

Alla fine della puntata precedente abbiamo introdotto il tema del turismo. Questo è un settore economico importante, però può essere altamente impattante per il territorio, specie in un'area protetta. Che tipo di turismo intende promuovere?

Non certo il turismo che si è fatto sinora sul vulcano, quello legato esclusivamente ai ristoranti da cerimonia o al mordi e fuggi della visita al Gran Cono. Dal Gran Cono i visitatori devono avere la possibilità di raggiungere ogni comune del Parco. Quanto al turismo da cerimonia, niente in contrario in linea di principio, ma è un dato di fatto che queste strutture sono state costruite nella maggioranza dei casi attraverso abusi ripetuti e successivi e arrecano spesso una grave offesa al paesaggio. Penso per esempio alla strada panoramica Trecase - Terzigno, una delle principali "porte di accesso" al Parco che andrebbe riqualificata chiedendo anche ai proprietari dei numerosi ristoranti che la punteggiano di fare la propria parte, rivedendo per quanto possibile l'estetica dei loro manufatti.

 

Dentro e fuori il perimetro del Parco del Vesuvio sono presenti discariche d'immondizia di epoca, ampiezza e status giuridici diversi. In ogni caso, si tratta di un problema ecologico e sanitario da affrontare. Esiste un censimento di tali spazi? C'è un programma di bonifica?

No, non c'è. Come cittadini per il Parco, in collaborazione con le associazioni locali, abbiamo iniziato un monitoraggio, un rilevamento e un "censimento" delle discariche abusive, comune per comune, che contiamo di concludere entro l'anno. Classificheremo le discariche per tipologia e le descriveremo secondo una griglia di osservazione. Inoltre le localizzeremo tramite l'ausilio del GPS. Al termine di questo lavoro, renderemo pubblico il nostro dossier e cercheremo di stimolare la convocazione di un tavolo inter-istituzionale per trovare i fondi per una bonifica straordinaria del Parco e per approntare strategie di prevenzione serie, a partire da un maggiore coordinamento delle polizie locali con il nucleo del Corpo Forestale alle dipendenze funzionali dell'ente Parco.
Un altro approccio invece è necessario per le discariche "legali" presenti in area Parco. E' un preciso dovere istituzionale del Parco farsi portavoce e garante delle preoccupazioni delle comunità locali e chiedere o impegnarsi in prima persona in azioni di monitoraggio e analisi dei suoli e di tutte le matrici ambientali nelle immediate adiacenze delle discariche.

 

Quali significati attribuisce ai seguenti termini: sostenibilità, tutela, valorizzazione, promozione?

Alcuni intellettuali ritengono il termine "sviluppo sostenibile" generico e abusato e propongono di sostituirlo con il temine "sviluppo durevole" per rimarcare il concetto di uno sviluppo che deve fare i conti con la riproducibilità delle risorse della terra non rinnovabili oltre un certo limite. In termini più semplici io definirei sostenibile qualunque attività economica che non inquini l'ambiente, che non deturpi il paesaggio, che non produca danni alla salute dei lavoratori e che garantisca ai lavoratori giuste condizioni di lavoro e un giusto salario.  
Tutela dal punto di vista di un ente pubblico significa conservazione, controllo e anche repressione. Ma deve anche significare conoscenza da parte della popolazione del valore storico, culturale e ambientale del bene tutelato, sia esso un paesaggio o un monumento. Non c'è tutela migliore di quella che tutti i cittadini possono esercitare nel momento in cui sono consapevoli dell'importanza del bene tutelato e affinché questa consapevolezza vi sia è necessario che quel bene sia vissuto, fruito, che sia accessibile, ben manutenuto e, perché no, possa rappresentare anche una occasione di reddito. Valorizzazione e promozione sono quindi per me l'altra faccia della tutela.

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  • : Cittadini per il Parco è un movimento civico costituito da associazioni, imprenditori, professionisti, privati cittadini, che ha per obiettivo la piena e compiuta realizzazione delle finalità istituzionali dell’ente Parco nazionale del Vesuvio , .... vedi documento CARTA DI INTENTI
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