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20 giugno 2012 3 20 /06 /giugno /2012 19:57

Gavete1 

Di come sia possibile far rivivere il passato con lo spirito del presente. L’opera tenace di un gruppo di volenterosi che non ha atteso che altri facessero per loro. La speranza che una nuova tradizione e una nuova linea di pensiero s’instauri all’ombra del Vulcano.

 

Questo timido e giovane mese di maggio ci ha regalato stamattina uno splendido sole, per cui, quale occasione migliore per uscire e andare a spasso per i campi, magari fare una scampagnata di quelle da ricordare. Chissà perché nei miei ricordi di ragazzo la passeggiata primaverile era esclusivamente fuori porta, in auto, tutt’al più in Vesuviana e mai in zona. In effetti si presume che le aree circostanti siano a noi note, per questo meno appetibili, ma è anche vero il fatto che il Vesuviano, il nostro territorio, è un unicum da scoprire e riscoprire continuamente. Allora perché questo non accadeva e ahimè non accade? Io l’ho capito nelle mie passeggiate vesuviane, ho scoperto che il meraviglioso territorio (e qui l’aggettivo non è buttato lì a caso come il proverbiale e onnipresente mozzafiato!) non è purtroppo accessibile. O meglio, lo è fin troppo! Mi spiego meglio, chiunque, nonostante i vincoli dell’area protetta e del buon senso, ha fatto sì che fosse fatto di esso uno scempio immane e ad oggi, nonostante orde imperterrite di gitanti occasionali, letali come le bibliche locuste, i più vanno altrove, nei più alla moda agriturismo, al mare che pure non guasta e dovunque la visione non sia guastata da monezza e malcostume.

 

Questo preambolo vuole dar ragione al tema principale di questo mio articolo, ovvero l’opera meritoria di un gruppo di sommesi che forti della loro tradizione hanno messo in atto un bel esempio di amore per il proprio territorio.

Come sarà nato il tutto, è facile da immaginare, qualche ricordo d’infanzia, le storie degli anziani e così, un manipolo di quarantacinquenni o sedicenti tali, non ancora affranti dalla vita, non ancora illusi dalle sirene del progresso, ha deciso di mettere in pratica un sogno, quello di ripulire e rendere fruibile la sorgente delle Gavete.

Le Gavete non grondano più acqua e chissà se mai lo faranno, vista la natura del terreno, ma di certo hanno grondato molto sudore, quello di chi non atteso che scendesse la mano dall’alto, non ha detto e ch’hamma fa’ è a genta ch’è malamente, non hanno atteso che qualcun altro si sporcasse le mani per loro e hanno ripulito il posto; ed ecco che, in occasione del primo maggio, costituitisi paranza, hanno celebrato il primo giorno dedicato alle Gavete, consacrandole, con tanto di messa, alla Madonna di Castello.

 

Il luogo, il cui nome potrebbe risalire a un sistema di imbrigliamento o comunque al fluire di acque, non è impossibile da raggiungere ma è alquanto impervio. Dalla circumvallazione di Somma s’imbocca Via Marina (e ho detto tutto!), per poi proseguire per Via Fontana (e qui ancora ancora…) fino a perdersi in un paradiso rurale fatto di albicocchi e vigneti. Mentre salivo, trasognante per il gioco di luce che il sole primaverile creava, stordito dai profumi che l’atteso calore stimolava nella vegetazione circostante, mi risvegliavo dal rumore delle sempiterne Panda che arrancavano lungo la salita, quasi sempre con una coppia di anziani a bordo; molti mi salutano, forse per quella bella usanza di farlo in montagna, o perché è giusto così, e io rispondo, perché il saluto è dell’angelo, e così sia!

 

La strada è bella ma ripida, con poche curve ad addolcirne il pendio, per fortuna più si sale e più la vegetazione s’incupisce e fa da piacevole ombra, proprio quando il caldo del mattino incomincia ad essere più forte. Raggiungo una serie di terrazzamenti, s’incomincia a sentire il vocio della folla, qualche colpo di tammorra e soprattutto gli immancabili fuochi; saranno loro? Quelli delle Gavete? Dall’alto si vede lo sbuffo dei botti, ma è sul Ciglio, sulla Montagna, siamo in pieno periodo di festeggiamenti, dopodomani è il Tre della Croce!

 

Giusto sotto lo spiazzo antistante la platea naturale delle Gavete, incrocio le prime persone che chiacchierano, segno che sono ancora in tempo per seguire la cerimonia, che del resto è prevista per le undici, sono le dieci e mezza, posso quindi rallentare il ritmo fermandomi a curiosare e scattare qualche foto. Scorgo una capanna con una tavola imbandita, prodromo di un bivacco, bene! La cosa si fa interessante!

 

Salgo fin su, lungo una bella staccionata, dove in molti si affacciano, ci sono tante persone e di tutte le età, vengo accolto dai volti amici della Paranza del Sabato dei Fuochi e da molti altri della neonata Paranza, è un piacere condividere i loro momenti di festa, le loro pacche sulla spalla, i sorrisi e persino gli sfottò, ti fanno sentire uno di loro, sempre! E questo non è cosa da poco di questi tempi. Scorgo anche il sindaco di Somma, Allocca che mi viene presentato da una collega del Mediano, c’è anche il parroco Don Franco Gallo che s’accinge ad iniziare la messa.

Considerato il luogo c’è veramente molta gente, è bello vedere gli anziani che salgono con il loro passo lungo il sentiero, è bello vedere il loro tributo ai giovani che gli hanno restituito le Sorgenti dei loro anni migliori. La messa inizia con i canti delle donne che ne scandiscono il rituale, il momento più bello è però quando si scopre l’immagine in basalto dipinto della Madonna, è stato toccante vedere omaccioni tatuati trattenere a stento le lacrime, è stato bello vedere con quale orgoglio, ma al tempo stesso con quale dignità, hanno gestito l’evento, senza vanagloria, senza alcun segno di presenzialismo. Il parroco, nell’omelia, spiega che la festa non deve essere solo popolare ma deve mantenere le sue basi cristiane, un uomo di chiesa non poteva che dire questo, ma vaglielo a dire tu a duemila anni di sincretismo e sovrapposizione culturale che la festa è solo cristiana!

 

Segue un breve discorso del sindaco, che elogia la Paranza, sottolineandone l’esclusivo merito per quel che era stato creato lì. Ha promesso poi il suo impegno per eventuali fondi, per la messa in sicurezza della zona e renderla fruibile in piena tranquillità a tutti, ma questa è un’altra storia. La bellezza della giornata viene coronata da due canti di Ninuccia, un’anziana dalla voce cristallina, che con i suoi gorgheggi ci incanta e ci commuove come la maggior parte degli anziani presenti. Riconosco una canzone con le parole del poeta sommese Gino Auriemma, Muntagna’e stu core, il canto diviene corale, sentito, toccante, ah se fosse sempre così questo nostro mondo!

 

Fatta la devozione alla Mamma Schiavona si scende lungo il percorso, creato ad hoc con le palizzate, c’è chi ritorna verso Castello, collegato alle Gavete attraverso un sentiero più breve e più agile. Altri scendono al bivacco, là dove già risuonano tammora e fisarmonica. Il tempo di apprezzare i canti e i balli nella loro varietà e nella loro genuinità, godere della sincera amicizia di chi non mi fa sentire ospite, che vedo ‘o Vuiariello arcigno più che mai! Si è unito ai suonatori e mi fa cenno che mi vuol parlare; che non gli sia piaciuto l’articolo sul Sabato dei Fuochi? Mi faccio anima e coraggio, s’è fatto la barba ma la faccia è sempre da brigante! «Anto’- spavaldo gli dico - ma la Panda era verde o grigia?» «Grigio-verde, troppa bella! L’aggio lavata stammatina. Teodo’ ma tu reste accà? No pecché … te vulevo invità ‘a casa mia a mangia’.» Dico di no con un po’ di rammarico, m’avrebbe fatto piacere stare con loro a chiacchierare, per conoscerli meglio, per entrare nel loro mondo scandito dalla Festa, ma il dovere di cronista mi chiama, un bicchiere di vino e via! A trascrivere queste mie emozioni; viva la Mamma Schiavona! Viva la Paranza delle Gavete!

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Gavete1

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