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11 giugno 2012 1 11 /06 /giugno /2012 22:51

Molarogiglio-2.JPGMentre i più vanno al mare, un gruppo di intrepidi escursionisti decide di andare in controtendenza e affrontare la calura, praticamente estiva e inoltrarsi nel bosco sommano.

Si parte dalla fine di Via Veseri, all’altezza dell’orrendo imbuto di cemento, quello che inghiotte l’alveo Molaro e lo intomba, e che da lì raggiungerà con alterne vicende il mare. Ed è proprio il lagno del Molaro che seguiamo a monte, valicando le sue briglie di origine borbonica, ridotte ormai a un rastrello per rifiuti. Dopo poche centinaia di metri si lascia l’ormai occluso lagno, pieno di folta vegetazione e si volge a sinistra verso i fertili campi della Rendita. Ben presto il percorso rurale s’incupisce in una fitta ma piacevole galleria arborea, che sale verso il vero e proprio bosco mesofilo (umido).

 

Una volta entrati nella boscaglia, a mo’ di novelli Indiana Jones, si affronta una vegetazione fitta e intricata. Gli undici trekker però non demordono, anzi, ne apprezzano la varietà; sono infatti distinguibili lecci, robinie, ontani, ma anche castagni e aceri. Ci si diverte a considerare la robustezza delle liane di vitalba, degne del migliore Tarzan!

 

Il percorso segue il suo antico tragitto, là dove, una volta, i contadini ne ricalcavano la linea ondulata, per raccogliere la legna, l’erba per gli animali o semplicemente per raggiungere il proprio fondo; altri tempi, altre storie, altra gente!

Si arriva, dopo circa tre ore di salita e a circa settecentocinquanta metri sul livello del mare, al sentiero numero tre del Parco Nazionale del Vesuvio, quello più comunemente conosciuto come ‘a strada de barracche. Perché si chiami così, è da attribuire al fatto che percorso a settentrione conduce alla famigerata Traversa, nel comune di Somma, dove per l’appunto c’è qualche baracca ad uso riparo per le paranze delle feste in onore della Mamma Schiavona. Si può anche far risalire il nome a quelle costruzioni che a stento si vedono a monte del percorso, in pietra e molto più antiche e meritevoli dell’uso spregiativo del termine per le loro dirute condizioni.

 

Il numero tre, che nel suo sviluppo completo di circa undici chilometri, raggiunge la cima del Somma, lo troviamo stranamente invaso da una fitta vegetazione, in effetti è uno dei sentieri più trafficati da escursionisti e simili, per il fatto stesso della larghezza del suo tratto in quota (una media di 700 m.) e per la sua lunghezza, di circa sei chilometri. In effetti ci si rende poi conto che è molto probabile che i numerosi alberi caduti lungo lo stradello abbiano impedito ai numerosi escursionisti a cavallo di affrontarlo e quindi “pulirne” il tragitto, per fortuna, anche chi s’accinge talvolta con auto e moto, ne è opportunamente tenuto lontano.

 

Si raggiunge, dopo esser passati sopra e sotto i suddetti alberi, all’incrocio con la salita ai Cognoli di Giacca, la via alta che porta a Punta Nasone (1.131 mslm.) e le vie che conducono a Valle, verso la Provinciale del Vesuvio, a sud, la Castelluccia e il Sentiero delle Capre, verso occidente. Il sentiero della Castelluccia, che prende nome dal toponimo relativo a un’antica costruzione ancora oggi visibile, è in più punti occluso da rovi e sterpaglie e che meriterà, prima o poi, un opportuna azione di recupero. Scendiamo quindi per il cosiddetto Sentiero delle Capre, splendido percorso panoramico, un tempo luogo di un allevamento sperimentale della capra vesuviana, iniziativa passata prontamente all’oblio e alle tavole altrui, come spesso accade dopo un opportuno e strumentale strombazzamento iniziale.

Qui, nonostante gli iniziali timori, incontriamo la strada ancora libera e la rigogliosa esuberanza della natura vesuviana viene ridotta dai nostri falcetti, le nostre forbici e il nostro entusiasmo.

La vegetazione spontanea, tra la quale non è stato difficile incontrare anche i bei gigli rossi, i gigli di San Giovanni, ben presto si sostituisce a quella più organizzata dei poderi di Casa Barone, e tra albicocchi, sorbi, prugni e gelsi si declina verso la Panoramica di San Sebastiano, senza aver provato il brivido sul passaggio del cosiddetto ponte borbonico, anch’esso decrepito e cadente e non prima di aver fatto un scorpacciata di frutti di gelso, maturi al punto giusto come la nostra fame, vista l’ora che volge al desio e si spera anche al nostro desinare.

 

Una splendida giornata con splendide e motivate persone, ma una domanda ci assillava nel nostro rientro a casa: come mai il progetto del comune di Massa, relativo agli stanziamenti PIRAP, ha scelto uno scialbo percorso cittadino e non è stato vincolato a simili sentieri? Misteri della politica!   

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